APPROFONDIMENTI

Colorato, equilibrato, perfetto: perché amare il Sanshokudon

Sanshokudon

Tre colori, tre ingredienti principali e una base di riso: nella sua apparente semplicità, il Sanshokudon riesce a raccontare alcuni dei tratti più affascinanti della cucina giapponese. È colorato senza essere eccessivo, sostanzioso ma equilibrato, semplice da comporre e immediatamente riconoscibile.

Il suo nome offre già un indizio: sanshoku significa infatti “tre colori”, mentre don è l’abbreviazione di donburi, termine che indica sia la ciotola sia la famiglia di piatti in cui diversi ingredienti vengono serviti sopra una base di riso.

Il Sanshokudon è dunque, letteralmente, una “ciotola a tre colori”. Dietro questa definizione essenziale si nasconde però un piatto profondamente legato alla cucina casalinga giapponese, capace di trasformare ingredienti quotidiani in una composizione ordinata, vivace e invitante.

Cos’è il Sanshokudon?

La versione più conosciuta del Sanshokudon parte da una ciotola di riso bianco sulla quale vengono disposti tre topping di colori differenti.

Una combinazione molto diffusa prevede il marrone del soboro di pollo, carne macinata e sgranata durante la cottura, generalmente insaporita con ingredienti come salsa di soia, zucchero, mirin o sake; il giallo dell’uovo, anch’esso lavorato in piccoli fiocchi; e il verde di una verdura, per esempio fagiolini, taccole, spinaci o edamame.

Non esiste però una composizione immutabile. A seconda delle ricette familiari e degli ingredienti disponibili, le componenti possono cambiare: ciò che caratterizza il piatto è soprattutto il gioco cromatico creato dai tre elementi. Una semplicità che rende il Sanshokudon facilmente adattabile e che contribuisce al suo carattere domestico.

Tre colori che raccontano l’estetica giapponese

Nel Sanshokudon il colore non è soltanto decorazione. La disposizione separata dei tre topping crea infatti un colpo d’occhio preciso: ogni ingrediente rimane riconoscibile e contribuisce all’armonia complessiva della ciotola.

È un aspetto che permette di avvicinarsi a un principio importante della cultura gastronomica giapponese: la cura della presentazione. Forma, colore, disposizione degli ingredienti e stagionalità partecipano all’esperienza del piatto insieme al gusto.

Nel Sanshokudon questo concetto assume una forma quotidiana e accessibile. Il marrone della carne, il giallo dell’uovo e il verde delle verdure trasformano una semplice ciotola di riso in una composizione vivace e ordinata. Prima ancora di mescolare gli ingredienti, ogni componente ha il proprio spazio. È proprio questa geometria a rendere il piatto così riconoscibile e, oggi, particolarmente fotogenico.

Il Sanshokudon e la cultura del donburi

Per comprendere meglio questo piatto bisogna inserirlo nella grande famiglia dei donburi, protagonisti della cucina giapponese quotidiana.

Il principio è tanto semplice quanto efficace: una ciotola di riso viene completata con ingredienti che possono comprendere carne, pesce, uova e verdure. Nascono così preparazioni molto diverse tra loro, come l’Oyakodon con pollo e uovo, il Gyudon con carne di manzo o il Katsudon con cotoletta di maiale.

Il Sanshokudon segue la stessa logica, ma fa della separazione cromatica il proprio elemento distintivo. È una cucina concreta, pensata per riunire in un solo recipiente riso e accompagnamenti. Proprio per questo il piatto si presta bene anche alla preparazione dei bento, le celebri lunch box giapponesi: i topping possono essere organizzati sopra il riso creando una composizione compatta, colorata e facile da trasportare.

Il riso, la base che mette tutto in equilibrio

I tre colori attirano immediatamente lo sguardo, ma sotto di essi troviamo l’elemento che tiene insieme l’intero piatto: il riso.

Nel Sanshokudon non svolge il ruolo di semplice accompagnamento. La sua delicatezza crea una base neutra sulla quale possono emergere la componente dolce-sapida del soboro, la morbidezza dell’uovo e la freschezza delle verdure.

A ogni boccone le proporzioni possono cambiare. Si può assaggiare il riso con un solo topping oppure raccogliere insieme più ingredienti, combinandone consistenze e sapori. È questa interazione a rendere la ciotola interessante fino all’ultimo boccone. Per questo la consistenza del riso è importante: deve accompagnare gli ingredienti e raccoglierne i condimenti senza perdere la propria identità.

Come si prepara il Sanshokudon?

La preparazione tradizionale è relativamente semplice e procede per elementi separati.

Si parte dal riso bianco, che viene cotto e disposto sul fondo della ciotola. A parte si prepara il soboro: il pollo macinato viene cotto sgranandolo finemente e insaporito con un condimento dal tipico equilibrio dolce-sapido.

Anche le uova vengono lavorate durante la cottura per ottenere piccoli fiocchi morbidi e uniformi. Infine si prepara la componente verde, che può variare secondo la ricetta e la stagione.

Arriva quindi il momento più caratteristico: l’assemblaggio. I tre ingredienti vengono sistemati in zone distinte sopra il riso, creando tre fasce o porzioni cromatiche.

Una costruzione semplice, ma capace di mostrare come nella cucina giapponese anche un piatto casalingo possa dedicare grande attenzione all’aspetto visivo.

Il Sanshokudon secondo gli Itamae di New Kenji

Il Sanshokudon è stato protagonista anche di ITAMAE – I 7 samurai della cucina giapponese, il progetto realizzato da New Kenji per raccontare in Italia la cultura gastronomica nipponica attraverso sette ristoranti e i loro sushi master.

Lo chef Ichiro Nakagawa presenta un tris di donburi-mono che comprende Sanshokudon, Oyakodon e Chirashizushi. Alla base delle tre preparazioni troviamo New Kenji Premium Sushi Rice, riso 100% italiano che diventa punto d’incontro tra la tradizione risicola italiana e la cultura culinaria giapponese.

Un’occasione per vedere questo piatto attraverso le mani e l’esperienza di un Itamae e per scoprire, ancora una volta, quante storie possa raccontare una semplice ciotola di riso.